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Padova Aprile Fotografia 2010
   

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Mario Giacomelli - Poesia come realtà


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Museo del Santo
sabato 20 aprile 2002 – domenica 28 luglio 2002

La mia vita interaSi inaugura sabato 20 Aprile alle ore 18,00 nel Museo Civico di Piazza del Santo la prima retrospettiva dedicata esclusivamente alle serie poetiche di uno dei più grandi maestri della fotografia italiana e mondiale: Mario Giacomelli. Scomparso nel novembre 2000, la mostra e il relativo catalogo costituiscono l’ultimo progetto al quale Mario Giacomelli ha lavorato intensamente e con grande entusiasmo.


Promossa dall’Assessorato alla Cultura -Centro nazionale di fotografia - in collaborazione con Photology, la rassegna padovana presenta circa 200 opere realizzate da Mario Giacomelli tra il 1969 e il 2000, che ne ripercorrono in modo esaustivo il percorso poetico. Le opere (tutte cm. 30 x 40 stampate dall’artista) sono tratte dalle serie liriche, realizzate dall’artista marchigiano avvalendosi di un originale metodo di composizione: grande lettore ed appassionato di poesia, Giacomelli è infatti sempre stato sensibile a questa forma d’arte, che fa da cornice a tutti i momenti magici e anche ai più bui della sua esistenza. Colpito dalla profondità e dal senso dei versi dei più grandi poeti del ventesimo secolo, Giacomelli ha condiviso le stesse emozioni tenendo dentro di sè quelle parole, quelle sensazioni, trasferendole fotograficamente nella realtà circostante e rievocandole attraverso l’obbiettivo.


Ecco nascere sin dal lontano 1963 la serie "Io non ho mani che mi accarezzino il volto", universalmente conosciuta come la serie "pretini", un gruppo di immagini scattate nel seminario di Senigallia. Ispirata a una poesia del 1948 di Padre David Maria Turoldo, un componimento che parla di solitudine, e alla solitudine si consegnano questi giovani votandosi alla vita religiosa. "Nella serie dei pretini ho trovato una dimensione a me sconosciuta; ho spogliato il soggetto dai canoni convenzionali per mettere a nudo l’uomo" (Mario Giacomelli). Le immagini infatti conferiscono un’idea di festa, di partecipazione emotiva, di divertimento, e il contrasto con il titolo è certamente voluto: "Nevicava, mi sono preparato a fotografare con loro che facevano le palle di neve, ma li ho avvertiti prima; un’altra volta ero nascosto sul tetto mentre facevano il girotondo". I protagonisti sono così collocati in uno spazio irreale, quasi sospesi nell’aria, leggeri nella loro giovinezza.

PretiniTra il 1971 e il 1973 realizza la serie "Caroline Branson, da Spoon River", raccolta di poesie di Edgar Lee Masters. "In Spoon River ho fotografato il ricordo; non è un riandare ai fatti, è la dimensione della memoria. Amarsi in mezzo alla natura, il tuo corpo è come un tronco d’albero, perdi il senso della carne. (...) Non puoi mentire alla fotografia. In Spoon River distruggo la realtà e fotografo il ricordo, deformo per rifare la realtà, quella che io vedo e scatto sono copie della realtà". Un modo di procedere di Giacomelli è assemblare un’idea attraverso frammenti, quadri in cui sono presenti richiami reciproci, utilizzando la libertà dell’analogia. Giacomelli non solo "legge" il testo di Lee Masters. Fedele alla sua idea dell’interpretazione della poesia, che deve trovare una voce, egli decostruisce il testo per aggiungervi altro materiale, elementi sottaciuti, per meglio definire in modo visionario un mito di rinascita.


"La dimensione della mia idea ridotta a traccia simbolica del mio intervento sul reale immaginario. E’un impegno, come estensione della mia esistenza oltre quella del poeta Permunian, in una vita troppo frammentaria, è un’avventura che coinvolge tutta la mia esistenza (...) Sono entrato così in un grande prato, ho penetrato la verità, la creatività, l’immaginazione, la materia, il colore. E’stato prima un segreto e poi un bisogno. Ho sentito il silenzio che mi interrogava e mi dava il senso di una pienezza che si avverte, credo, solo in rari casi nella vita". Con queste parole Mario Giacomelli descrive la serie "Il Teatro della Neve", ispirata all’omonima poesia di Francesco Permunian e composta tra il 1984 e il 1986 con fotografie realizzate tra il 1954 e il 1986 a Senigallia. Ancora una volta si tratta di un testo la cui malinconia è mitigata solo dal carattere esile, essenziale dei versi, dal senso di rassegnazione che vi regna. Le immagini che Giacomelli associa a questa lirica propongono linee più del solito squadrate, perpendicolari; raramente si nota la presenza dell’uomo e comunque mai mescolata al mondo naturale.


Negli anni tra il 1986 e il 1988 Mario Giacomelli continua la sua ricerca all’interno della poesia: "Felicità raggiunta, si cammina", serie dedicata ai versi rarefatti e misteriosi di Eugenio Montale, in cui Giacomelli propone immagini ancora una volta di un realismo solo apparente. In realtà rappresentazioni del sogno, del turbamento dell’anima; senza discostarsi troppo dal percorso che lo vede vicino ai poeti dell’angoscia esistenziale e della natura, le sue immagini evocano il tempo del ricordo, in particolar modo l’infanzia, e di questa le paure, i sogni, la fragile spensieratezza; "L’infinito", serie dove più che in ogni altra Giacomelli non si ferma alla semplice illustrazione delle immagini suscitate dalla poesia e nella quale la forte astrazione delle immagini rende arduo rintracciare una sequenza narrativa che richiami i nuclei tematici della lirica leopardiana: "Non si tratta di illustrazione di emozioni altrui, sono emozioni mie, nate in me da Leopardi, divenute mie con la conoscenza. All’inizio pensavo a una sequenza di paesaggi netti, definiti. Ma non ero soddisfatto. Mi sono mosso all’interno, senza sapere dove andare, dove cadere, dove fermarmi. Poi ho messo tute le fotografie per terra, mi sono guardato attorno, sono ritornato ad essere me stesso e ho visto una nuova luce. L’infinito è inteso come qualcosa che nel suo terminare crea i presupposti per un nuovo inizio."


In "Passato", serie composta tra il 1987 e il 1990 con fotografie realizzate a Senigallia, Mario Giacomelli sceglie una tematica molto vicina a quella tipicamente leopardiana. Vincenzo Cardarelli, autore del poema, fa propria la lezione del poeta recanatese proponendo tematiche ispirate dalla vicenda personale che poi si allargano a considerare questioni universali. L’arte di Giacomelli non è il racconto di una vita, gli elementi autobiografici restano sullo sfondo a comporre immagini che possono essere inconsapevole travestimento, celare una realtà che altrimenti sarebbe dolorosa . L’artista non ritrae la realtà esterna ma viaggia per conoscere e analizzare se stesso. Suggerisce nuove vie di conoscenza; Giacomelli, nel suo singolare modo narrativo, procedendo per sottrazioni, giocando sui contrasti violenti, mostrando le analogie nella forma di materiali e situazioni lontane, propone immagini del presente che sono però viaggio nel passato.


La serie "A Silvia" (1987-1988) viene realizzata da Giacomelli principalmente a Recanati, nella casa di Leopardi, e all’orfanotrofio di Senigallia. "E’difficile definire la vera sostanza della poesia, ma se dovessi esprimermi in due parole, per me è la vita stessa. E’la cosa più semplice che esista sulla terra, perché è fatta con le stesse parole che usiamo tutti i giorni (...) tutto di tutto perché dentro la poesia c’è l’animo dell’uomo". L’idea di misurarsi con la poesia di Leopardi, tuttavia, nasce da consonanze profonde fra le due personalità, fra due sentimenti. "Le poesie di Leopardi sono una cosa che ti resta dentro. Mi sono sempre sentito molto vicino alla sua malinconia. Se non fosse stato in sintonia con quello che sento, non ne sarei stato capace".


Le immagini che compongono la serie "Io sono nessuno!" (1992-1994), ispirate a una lirica di Emily Dickinson, sono frutto di un lavoro eseguito principalmente a Senigallia. Il fotografo ritrae situazioni e ambienti che riflettono desolazione e alienazione. La poesia sostiene l’impossibilità di essere realmente, di dirsi "qualcuno", e denuncia, sarcasticamente, il pericolo sociale costituito da chi scopre e dichiara tale impossibilità. La Dickinson visse separata dal mondo, in singolare comunione con la natura, nella sua casa natale, giungendo negli ultimi anni a confinarsi nella propria stanza. Giacomelli non avrebbe potuto rimanere indifferente a un personaggio che, già nella prima metà dell’ottocento, riflette con straziante lucidità sulle contraddizioni di un mondo che liquida il passato e vede il progredire della vita moderna.


"Le immagini non sono soltanto un mezzo per comunicare, ma anche simboli magici, stimoli creativi che pensosamente vogliono esprimere idee. Ho scelto volutamente un grande poeta ermetico informale, perché mi ha suggerito il valore tra spazio e tempo, tra il prima e il poi, il transito, il sospeso, le oscillazioni fra due identità uguali. Per questo ho disposto le foto a due a due, che vanno esposte e lette come unite, staccate fra loro solo da un soffio. Questa idea di due immagini in una è stata per me un’invenzione, capire ad esempio il transito tra nube e nube, tra pioggia e pioggia". La serie "La notte lava la mente", ispirata alla poesia di Mario Luzi e composta tra il 1994 e il 1995 con fotografie realizzate nelle Marche, propone immagini che trasferiscono l’idea interiore dell’artista. Immagini informali in cui le linee, le forme, le macchie di luce sono linee e segni propri del pensiero. Ogni scatto è frutto della volontà di conoscersi, dell’incessante ricerca interiore portata avanti dall’autore, nel continuo tentativo di arrivare al cuore delle cose, allargando lo sguardo a descrivere una vastità che suggerisce il movimento del tempo.


"Bando", serie composta tra il 1997 e il 1999, è ispirata ad una poesia densa e tristissima di Sergio Corazzini, poeta scomparso all’età di 21 anni. I temi centrali sono la caducità della vita, la moderna crisi di idee e di riferimenti. Il dolore della perdita e della sconfitta può forse lasciare spazio all’autoironia nella meditazione del presente, che ricicla, come in un circolo vizioso, materiali già visti, idee già incontrate. La fotografia, che è luce, qui rincorre l’ombra, "il mondo pieno del sapore della morte". Idee fatte di luce, di segni, di macchie; rappresentazioni del mondo interiore che diventano racconto poetico nella loro articolazione e successione evocatrice.


La serie "La mia vita intera", composta tra il 1998 e il 2000 riflette ancora una volta affinità personali tra il poeta e il fotografo: le immagini raccontano la poesia-testamento di Jorge Luis Borges, un poeta che come Giacomelli ama togliere, per sgombrare la vista da tute quelle cose inutili che ostacolano il pensiero che si fa poesia. "Uso sempre la stessa fotocamera - una Kobell - che mi sono fatto preparare a Milano da due famosi tecnici. Le ho fatto togliere tutte le cose inutili in modo che diventasse la più stupida possibile. Quando fotografo voglio pensare, e voglio che la macchina mostri ciò che penso io".

Note biografiche

Nato a Senigallia nel 1925 da una famiglia poverissima, a 13 anni Mario Giacomelli comincia a lavorare in una tipografia, affascinato dalle infinite possibilità di comporre parole e immagini offerte dalla stampa. Nello stesso periodo, comincia a dipingere, si appassiona di corse automobilistiche e scrive poesie.

Nel 1954 acquista la sua prima macchina fotografica. Tra il 1954 e il 1957 partecipa a numerosi concorsi fotografici in Italia. Dopo avere completato la sua prima serie "Vita d’ospizio", comincia una serie di nudi femminili e maschili che abbandona negli anni Sessanta.

Assalito da un’ansia investigativa sulla sua identità di narratore, Giacomelli inizia a viaggiare, ma sono solo delle escursioni in altri mondi e in altri modi di vivere più che dei veri e propri viaggi, che lo riportano alla sua infanzia e alle sue condizioni sociali. Nella primavera del 1957 si reca a Scanno, un villaggio dell’Italia centrale che aveva affascinato anche Henri Cartier-Bresson, dove Giacomelli produce capolavori come "Scanno Boy", e a Lourdes in Francia, dove Giacomelli realizza delle immagini di straordinario impatto emotivo.


Negli anni Sessanta, Giacomelli lavora al progetto "Non ho mani che mi accarezzino il volto", universalmente conosciuto come la serie "Pretini", un gruppo di immagini realizzate nel seminario di Senigallia, presentati da Ferrania per la prima volta nell’edizione 1963 del Photokina di Colonia. John Szarkowski, all’epoca direttore del dipartimento di fotografia del MOMA di New York acquista alcune immagini dalla serie "Scanno" e le pubblica nel volume "Looking at Photographs: 100 Pictures from the collection of the Museum of Modern Art".


Nel 1967 Giacomelli inizia uno studio sul legno. Dopo il grande successo ottenuto dalla serie "Pretini" esposti al Metropolitan Museum di New York e a Bruxelles, negli anni Settanta Giacomelli approfondisce la sua ricerca sulla natura, con i primi scatti aerei di paesaggi e un’incursione nel colore.

Dalla fine degli anni Settanta, caratterizzati da un sempre crescente legame tra fotografia, arte astratta e poesia, Giacomelli attraversa un periodo di analisi e approfondimento della propria attività artistica. Nascono così le serie "Caroline Branson", dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master, del 1971-73; "Il teatro della neve" (1984-86), "Ninna Nanna" (1985-87), "L’infinito" (1986-88); "A Silvia"(1987-88); "Felicità raggiunta, si cammina ....." (1986-92), "Passato" (1988-90); "Io sono nessuno" (1992-94) e "La Notte lava la mente" (1994-95), 28 opere a commento della poesia di Mario Luzi, fino ad arrivare al lavoro più recente, "La Mia Vita Intera", 30 gelatin silver print stampate dall’autore nell’anno 2000 come commento alla poesia di Jorge Luis Borges.



Mostra promossa dall’Assessorato alla Cultura - Centro Nazionale di Fotografia, a cura di Enrico Gusella



Mostra a cura di Enrico Gusella
Padova, Museo Civico di Piazza del Santo
20 aprile 2002 - 28 luglio 2002
Orario: da martedì a domenica 10.00 - 13.00 / 15.30 - 18.30
Chiuso il lunedì

Informazioni

Centro Nazionale di Fotografia
te. 049 661030
e-mail: gusellae@comune.padova.it
http://cnf.padovanet.it


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A cura di:
Enrico Gusella

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[ ultimo aggiornamento: 17-10-2018 ]